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Riguardo «Mary Shelley - Un amore immortale»

Aggiornato il: 15 dic 2018


Vampiro (Amore e dolore), Edvard Munch

Quando si tratta di amore fra due grandi geni letterari la posta narrativa in gioco è sempre molto alta, e complessa da sviscerare in poco meno di dure ore di tempo. Lo è ancor di più, se il soggetto del racconto è il sentimento intenso e irriducibile che ha avvicinato e legato due grandi attori dell’ottocento letterario inglese, come Percy B. Shelley (nel primo ritratto nella slideshow in basso) - il poeta romantico arcinoto, fra tutte, per la sua Ode to the West Wind, - e la scrittrice Mary Wollstonecraft Godwin (la terzultima immagine della slideshow), meglio nota con il cognome dello stesso marito Shelley - con il quale si sposò nel 1816 -, e anch’essa resa immortale dal suo romanzo più famoso: Frankenstein: or, The Modern Prometheus.


La pellicola di Haifaa Al-Mansour, prima regista dell’Arabia Saudita a dirigere un film americano, compone la sua opera seconda - dopo aver riscosso un discreto favore di pubblico e critica con il suo primo film La bicicletta verde (2012) - non facendosi scappare l’occasione di raccontare la storia di una delle prime testimoni dei diritti della donne della storia - com’era la madre Mary Wollstonecraft.



Tuttavia, l’intonazione del racconto manca di energia, impagliato in una regia accorta e precisa, ma fin troppo sterile nella consequenziale presentazione dei fatti. Elle Fanning (nell'ultima immagine), infatti, pare risentire di questa impostazione, offrendo una interpretazione manualistica, espressivamente ed emotivamente costante, che cozza con un Douglas Booth (nella seconda immagine) - interprete di Shelley - che da un lato è ancorato ai fasti gotico-fantastici del suo precedente lavoro Pride and Prejudice and Zombies (2016), dall’altro invece cerca di incasellare l’eclettismo e la vita spinta all’esagerazione com’è stato nell’esistenza del poeta romantico: una prova a metà. Alla pari di quella di Tom Sturridge, che impersona Lord Byron. Colui che è “responsabile” della genesi del più famoso romanzo gotico di sempre, sicché è proprio nel soggiorno di quest’ultimo che l’ispirazione Frankenstein si presenta come risposta alla gara che lo stesso Byron aveva indetto per lenire la noia: chi sarebbe riuscito a scrivere la storia di fantasmi più bella avrebbe vinto. L'allora medico John Polidori, ospite di Byron, scriverà il breve racconto Il vampiro, che però fu pubblicato con il nome dello stesso Byron - Polidori si suicidò poco dopo; Mary iniziò la stesura del suo capolavoro.



Così, nel 1818 è edito in forma anonima il romanzo di Mary Shelley, in cui è racchiuso un vortice di sofferenza, solitudine e libertà, che attesta, su tutte, la dolorosa perdita della loro prima figlia a pochi giorni dal parto, e al contempo scopre quella “voce” che il padre della scrittrice le aveva da sempre suggerito di trovare per poter scrivere originalmente.


Mary Shelley - Un amore immortale trova però una sua interseca convinzione nella forza della letteratura di questi due grandi interpreti, che, in certe sequenze, lascia perfino da parte l’incertezza tematica e sopratutto contestuale della pellicola, e vola dritta verso un nobilissimo obiettivo: raccontare una storia di altre storia. Quella della genesi di Frankestein; l’amore tra Percy e Mary (alla quale, erroneamente a quanto mostrato nel film, non è proposta una relazione aperta - Shelley la propose solo alla sua prima moglie); una delle prime storiche volte di una donna nel teatro della narrazione. In questo senso il film di Haifaa Al-Mansour è fedele ai fatti e alla svolta che segnò l'inizio di un nuovo corso per la storia della letteratura inglese e non solo. Ma se, oltre al buono esercizio registico si fosse andati più a fondo sia della relazione amorosa e intellettuale dei due (il sottotitolo che vi fa riferimento non compare nella titolazione originale inglese), sia del contesto sociale in cui erano immersi, si sarebbe raggiunto un risultato quasi a tutto tondo. Come il mostro di Frankenstein.

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