• Possibilia

Se prendi l’aprazolam il giorno dopo il solstizio non succede niente



Cinquantacinque anni di matrimonio sono nozze di smeraldo. Mio nonno si è fatto i capelli come Arturo Brachetti. Mia nonna gli ha messo le mani sulle spalle. Ho scattato una foto tenendo la base dell’iPhone appoggiata al tavolo. Sotto la tovaglia c’era la resistenza tenue del tessuto che protegge il legno di noce. Mio nonno ha agitato le mani in aria. Mia sorella non ha bevuto lo spumante, mia madre lo ha annacquato. Sono andato vicino a mio nonno per spiegarli come poter inoltrare le foto che avevo fatto dal suo telefono a quello di Romana e Roberta. La seconda ha visualizzato senza rispondere e lui ha pensato fosse una stronza. Dopo il vino ho bevuto della birra assieme al rotolo di crema pasticciera e ciliegie della nonna. Una è bionda e una è mora. Entrambe sono basse come la maggior parte delle ragazze che conosco. Il the dopo la birra era senza zucchero e con poca acqua. Sono andato in bagno, ho aperto la finestra sulla ferrovia, ho guardato la caserma dei pompieri perché sono stato nell’attico dove vive il comandante, ho pisciato facendo rumore e mi sono guardato allo specchio aggiustando i braccialetti sul polso sinistro. Ho tutto dal lato sinistro. Un elastico stretto, perle che mia madre ha rubato quando ero piccolo, un bracciale di Gerusalemme che un’amica d’infanzia ha regalato a mia sorella. Ho fatto la barba da poco ma i peli crescono spessi. Cerco di parlare di me stesso in terza persona ma non riesco a fare molto quando devo parlare. Esco. Mio nonno mi ha dato venti euro. Nel tasca interna del giubbotto di jeans ho infilato due pasticche di alprazolam. Il medico ha detto che ne posso prendere più di una al giorno se sento che il dolore prende il petto e sale nel collo e la pelle vibra come fossi una rana.


Ho appoggiato la bici al palo davanti a Zara. Davide mi aspettava sulla colonna di gesso che apre Via Cavour. Indossava delle infradito nere con la bandiera brasiliana, pantaloncini corti beige e un pullover blu senza la canottiera sotto. Teneva i piedi a papera anche se non ha le gambe storte come le mie. Siamo andati a farci una birra nel bar oltre Piazza della Libertà sulla sinistra. Le vie della città erano chiuse al traffico e tutti i palazzi erano molto bianchi. Mi ha fatto venire in mente Fantasia, poi mi ha chiesto che ci facessi con un anello al mignolo sinistro. Non ho risposto ma non gli portava perché poco dopo mi ha domandato se per una volta potessimo fare come ai vecchi tempi. Ha aperto un’astuccio e ha rollato dell’erba che sapeva di menta e cenere. Gli ho raccontato che ho conosciuto qualcuno che fuma più di noi anche se non lo facciamo più e non mi ha creduto. Avete lo stesso colore degli occhi. Mi ha chiesto se ci stessi provando. Mi ha chiesto se stessi bene.


Ho messo sul tavolo due banconote rosa e lui una gialla. Abbiamo bevuto tre amari del capo e poi abbiamo chiesto a una ragazza che si chiamava Emilia se potesse prestarci un accendino e una sigaretta. Ha detto che ci dava l’accendino ma non la sigaretta. Una delle amiche di Davide è arrivata poco prima di mezzanotte. Si è seduta accanto a lui e mi ha chiesto perché avessi una camicia abbottonata in un solo punto sopra l’ombelico. Ha alzato le braccia per mostrarci che aveva smesso di depilarsi. Le tette le esplodevano dallo scollo a V o a U. Si era laureata da qualche giorno. La notte della maturità abbiamo dormito tutte e tre insieme ma io non me lo ricordo. Ho pensato di mettere la sigaretta sopra l’orecchio ma ho visto che Andrea mi fissava, appoggiata a una vetrina piena di borse arancioni. Ho fatto finta di non vederla ma non mi sono impegnato. Via Mercatovecchio gridava voce senza sapere. Mi sono alzato e ho calpestato i sampietrini pensando di muovermi come il cavallo a scacchi. Ho rallentato il respiro perché sentivo che andava troppo verso l’alto anche se verso l’alto non c’era niente. Ho stretto la tasca del giubbotto.


Anna è arrivata mentre fumavo una Camel anche se volevo una Winston Blue. Un’altra, con l’accendino. Il dente in fondo a sinistra erano mesi che non mi faceva più male. Ho fatto l’igiene dentale pochi giorni prima e Miriam mi ha chiesto cosa voglio fare dopo. Anna mi ricorda il Gate D59 del Paris Charles de Gaulle. Ha gli occhi cerulei, le labbra morbide, l’ombelico stretto, le orecchie sono a sventola e prima di raccontare qualcosa a memoria guarda a sinistra. Davide dice che sono fissato con l’anulare nelle persone. Il suo è particolarmente magro. Anna è venuta perché diceva che anche se non ci parlavamo da un po’ di tempo l’estate era l’occasione per farlo di nuovo. Cercavo di fare attenzione al tentativo di Davide di spiegare alla sua amica che la somma dei numeri primi gemelli non è così scontata. Anna non fuma, aveva gonna a quadri e gli occhiali con le lenti sporche. Le ho messo una mano dietro le spalle. Davide mi ha guardato. Abbiamo finito la birra. Anna beveva un gin tonic ghiacciato e non sapevo come sarebbe tornata a casa. Dal bar è arrivata Veronica che mi ha fissato a lungo prima di riconoscermi e mi ha chiesto che fine avessi fatto. L’orecchino, i bracciali, i capelli, la matita sotto agli occhi, i jeans stretti nel culo. Il colore della pelle di Veronica è identico a quello della tovaglia che la madre di Davide usava quando andavo a pranzo da lui dopo la scuola: panna. Accanto a Davide è arrivata Marta, che è innamorata di Margot che ha i bordi degli occhi ruvidi, la pelle screpolata, la carnagione chiara, va dritta al punto, il culo a mela, i piedi da uomo. Ho lasciato che Veronica tornasse al centro dei sampietrini. Le ho guardato i capelli biondo latte.


All’improvviso c’erano tutti quelli che non ci sono più. Crescere è un elastico rotto. Si rompe e resti fermo o ti spinge lontano. Anna mi ha chiesto se volessi qualcosa da bere. I divani neri a lato della strada erano duri sotto la pelle. La testa era fissa in un punto che urlava. Sono andato in bagno mentre lei ordinava. Quando sono tornato Davide aveva la stessa espressione della volta in cui lo beccai farsi una sega in gita di quinta. La sua amica era andata a salutare il ragazzo. Mi accorsi che il nome del bar non era cambiato dai tempi del liceo: Ciò che c’era. Mi accorsi anche della musica in sottofondo. Davide quando è molto ubriaco inizia a cantare dal nulla e vuole che gli faccia da seconda voce. Sa suonare la chitarra, che ha lasciato a casa mia una notte di due anni anni fa, assieme alla cintura che l’amica di Andrea gli ha slacciato. Lui dice d’averla leccata, lei dice che l’ha messo in bocca ma è venuto subito. Io litigavo con Andrea sul divano della sala.


Emmanuela mi ha scritto. Ho aperto il messaggio e ho visto la foto di un uomo che bacia la pancia di una donna. Dice che ha voglia. Ha gli occhi di due colori differenti. La mattina mi aveva raccontato di aver scritto qualcosa che parlava di una coppia che lo faceva ma poi cadeva un pianeta sulla città - Mercurio. Andrea era nello stesso posto dove l’avevo vista qualche minuto prima. Parlava con una sua amica con i capelli molti lunghi e i denti storti. L’ho riconosciuta senza sapere il nome e mi sono accorto di quanto fosse dimagrita. Davide non c’era più ma ho visto Lorenzo che salutava Anna. Mi ha ricordato di scrivergli ora che sono tornato, ma non so cosa dire. Avevano tutti la mascherina appesa al braccio. Anna ha ficcato gli occhi nei miei e mi ha chiesto quale fosse la mia canzone preferita. Mi sono imbarazzato. Ho risposto Hotel Supramonte, ma lei non mi ha preso sul serio e mi sono eccitato. I palazzi ai bordi di Via Mercatovecchio sono diventati deboli e meno alti. Lei aveva della ballerine grigie ai piedi. Le ho spiegato che i lampioni appoggiati al muro si chiamano a maniglia mentre quelli che cadono verso terra come una palpebra sono a goccia. Mi ha chiesto come faccio a saperlo. La struttura dei lampioni nell’architettura contemporanea è uno dei testi con cui sono cresciuto. Mi è sembrata una cosa bella da dire. La luce dei lampioni era arancione. Ho trovato Davide nel vicolo accanto che fumava assieme a Veronica. Me l’ha passata. Anna ha detto che non voleva. Davide mi ha detto che dormiva da Veronica perché non aveva passaggi per tornare a casa e che sapeva che neanche io ne avessi. Anna era convinta abitassi in città, ma le ho detto che aveva capito male. Il cuore ha toccato lo sterno. Ho detto che tornavo indietro per controllare se avessi dimenticato gli occhiali da sole.

Andrea si era spostata. Ho pensato di avvicinarmi. Dal gruppo di persone vicine ho sentito la parola ecolalia, che ha risolto un dubbio che avevo da tempo. Andrea mi ha guardato la tasca sinistra della giacca. Dice che è tutto nella mia testa. Mia madre dice che ha ragione a essere arrabbiata perché quando tradisci la fiducia di una persona devi solo sperare. Io l’ho guardata perché ho un solo modo di fare. Capita di nuovo: c’erano tutti quelli che non ci sono più. Ho capito che il problema delle persone è che nelle storie si chiedono quello che succederà dopo. Andrea mi ha guardato e non è successo niente.


Siamo saliti in casa di Veronica cantando una delle sua canzoni preferite. Lorenzo e due sue amiche ci hanno seguiti. Anna mi ha baciato nel salotto mentre Veronica continuava a cantare. Ha una voce delicata. Anna mi ha abbassato i pantaloni, le ho tolto gli slip e la gonna nello stesso momento. Le ho baciato il collo che sapeva di una catena alchilica lineare come la lingua. Lei è scesa e mi ha leccato. Sono entrato dentro di lei quando si è distesa a pancia in giù sul divano. Non mi ricordavo dove fosse Veronica, ma conosceva il mio corpo nudo. I capelli di Anna sulla schiena erano spostati tutti sul lato sinistro. Si è girata e l’ho baciata in mezzo alle gambe fino a quando non è venuta. Mi sono steso accanto. Mi ha toccato i capelli. Ho messo il preservativo e abbiamo continuato ma non sono venuto. Il suo gusto l’ho chiuso nell’inguine. Mi ha afferrato la collana. È corsa a vomitare. Casa di Veronica è al settimo piano con un terrazzo molto grande. Sono andato in cucina e ho bevuto dell’acqua. Ho sentito Davide nella camera. Ho capito che la testa girava, la mascella è diventata rigida, le cose più grandi. Sono corso al bagno al piano superiore e mi sono lavato la faccia. Mi sono seduto sul cesso guardandomi allo specchio. Ero nudo. Ho aspettato del tempo. Lorenzo è entrato in bagno. Mi sono alzato. Lui ha pisciato. Si è avvicinato e ci siamo guardati le smagliature. Aveva l’alito di erba e prosciutto. Gli occhi rossi e fermi. Mi ha messo la lingua e bocca e mi è venuto duro. È uscito.


Ho aperto l’anta accanto allo specchio, ho trovato il collutorio e ho bevuto due sorsi. Sono sceso, ho bussato alla porta del bagno. Anna ha detto che stava bene. Veronica fumava in salotto. Mi ha chiesto se fossi ingrassato. Ho sentito la vibrazione dell’iPhone nel divano. Mio padre era la quarta volta che chiamava. Siamo al pronto soccorso, la mamma ha bisogno della ricetta medica per il Monuril. Mi sono vestito e ho detto a Veronica ci vediamo. Lei ha detto che probabilmente non era vero. L’aria del centro era salata e grassa. Ho messo insieme quello che ho trovato camminando. Qualche ragazza con la gonna troppo stretta, un’idea di bellezza, il fatto che non diamo peso alla ricorsività del nostro linguaggio che è sfortunatamente infinita. Mio nonno dice che l’unico problema della masturbazione è l’illusione di bastare a se stessi. Andrea una volta mi ha chiesto se mi capita di pensare alla morte mentre guido. Cambiare corsia. Ho risposto che mi immagino lontano dal mare, o più in generale in qualcosa di molto grande che riesce a stringersi in un angolo. Ha riposto che è ossessionata dal significato della parola possibilità.


Mi hanno chiesto se avessi febbre, tosse o affanno. Mi hanno fatto entrare dalla porta a sinistra che scorre in automatico. Mi sono seduto accanto mio padre che mi ha dato una mascherina blu. L’ho guardato e ho pensato di aver baciato un uomo. Ho coperto le labbra. Ho sentito il cuore in fondo al gomito sinistro. Mia madre è uscita con un cerotto sull’avambraccio. È stata lontana per non sentire il mio odore. La sala d’aspetto era una bolla di borotalco.


Tra me e Andrea il problema è il pezzo di finestrino della macchina che è rimasto aperto. La casa degli specchi alle giostre. Molti riflessi di una piccolissima possibilità: Davide mi ha spiegato che il 21 giugno è famoso perché il sole resta fermo. Tutto qui. Ieri. Sono entrato in casa, ho accompagnato mia madre in camera da letto mentre mio padre chiudeva il cancello del garage. Le ho spento la luce. Ho tolto dal letto l’accappatoio celeste, i calzini stropicciati, l’ultimo romanzo di Karl Ove, la confezione dell’antistamico. Ho sentito mia sorella ascoltare La donna cannone. Ho steso gli asciugami bagnati in terrazzo. Ho guardato le tegole. Ho detto la fine del ritornello: più. Anna mi ha scritto che aveva trovato le chiavi del lucchetto della bici tra le sue cose.


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