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Se smetto di pensare parlo con Emma del Regionale 3224

Aggiornato il: 20 ott 2019


Nudo blu II, di H. Matisse

Se smetto di pensare sbaglio i verbi. Emma ha i capelli corti, gli occhi scuri, le mani piccole, i fianchi larghi, le guance robuste, le unghie rovinate.

Se smetto di pensare ti vedo nuda, ma la mia voglia implode in qualche discorso inutile. Facciamolo, oppure parliamo ancora un po’. Quando è successo? Dove si è confuso quello che mi hanno sempre raccontato con quello che vedi tu? Emma dice se può aprire il finestrino perché fa troppo caldo. Indossa una camicia bianca aperta sul petto. Ha una borsa beige sulle cosce.

Se smetto di pensare non riesco comunque a dimenticare. Emma è una parrucchiera. Ha quattro figli. I primi due li ha adottati perché le avevano detto che non avrebbe potuto averne. Poi è rimasta incinta a distanza di due anni. La famiglia è esplosa e le ha riempito la vita.

Se smetto di pensare non riesco a ignorare quello che sento dentro. Le mie mani tremano e tu ci balli sopra.


Emma le ha grandi e rosse. Le rughe sono spesse, i capelli neri sono più chiari degli occhi. Sulle labbra indossa del rosso bottiglia. Emma dice che la più piccola ha gli occhi del padre, il resto è della nonna. Nata in casa, quando ancora si faceva così. Emma dice che non le piace viaggiare troppo, perché è una sempre puntuale e i treni e le persone non lo sono mai.

Emma dice che suo marito fa l’infermiere è l’ha tradita con una più giovane. Va a finire così dice. Quando si diventa madri la vita cambia, quella degli uomini no. Loro vanno, noi restiamo. Dice che però non lo odia, non l’ha ancora perdonato ma lo farà, basta che non si dimentichi di avere quattro figli. Per Emma è stato il primo uomo che ha guardato, il primo bacio, il primo pensiero, la prima mano sotto il reggiseno, la prima volta. L’unico dice. Ride. Il colore rosso si solleva simmetrico. Da qualche mese è andato a vivere lontano, forse si sposerà di nuovo. Dice che ci pensa ancora, anche se non sa in quale modo. Quando racconti tutta la tua vita a una persona sola, poi che si fa? Emma veste dei jeans scoloriti a zampa di elefante e delle scarpe da ginnastica. Le gambe accavallate dondolano, o forse è il treno.


Se smetto di pensare vedo il tuo anulare legato al mio. Ho sempre pensato che sia il dito più debole. Non l’ho mai detto a nessuno. Che se smetto di pensare non vedo più niente. Sento. Una collana che traballa sulla pancia, la forza impaziente dell’acqua e il segreto di una cucina.

Se smetto di pensare ho visto piangere mio padre due volte. La prima non la ricordo. La seconda sul tavolo, in sala. Quando i soldi non sono la vita, ma a quanto pare la fanno. Quel suo modo di parlarne poco mi ha sempre ricordato te Zio: tieni anche il mio, dicevi. Qualsiasi cosa fosse quella che mi regalavi, perché io non avessi solo abbastanza.

Se smetto di pensare ho solo tanti modi per iniziare. Caro mondo, caro quello che sarai, caro ciò di cui hai paura, caro chi vorresti che scrivesse, caro sogno e caro stronzo: ditemi un modo per finire.

Se smetto di pensare: avrei dovuto, avrei potuto.


Emma dice che non le importa di quello che non conosce. C’è sempre qualcosa che resta, anche nella storia di un secondo.

Se smetto di pensare faccio fatica ad ammette che mi dà fastidio. Pensarti, parlarti. Ma dicono che l’emozione è sempre nascosta nel profondo di una metà. Tra la voglia di farlo e quella di mentirti.

Se smetto di pensare, Emma dice che c’è solo una domanda: perché scrivi?

Trovo tutto qui, quando smetto di pensare. Non è scrivere, è riportare. Cose che sento con cose che vedo. Non c’è altro. Nessuna ricerca, nessuna volontà che spinge, ma la necessità di parlare senza motivo. Gridare di qualcosa di piccolo, chiedermi dove sei, illudermi quanto basta, nell’improvviso che nasconde ogni parola. Poi ridere, perché tanto non ci credi.

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