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«Solo un long island per favore»

Aggiornato il: 15 lug 2018


Melancolia, Edward Munch

Ho cominciato a pensare alle cose che non diciamo. Il modo in cui indossiamo le camice e le gonne; le cose che trasciniamo alle nostre spalle. Poi col tempo si rompono e non c’è modo di tornare indietro. Ognuno reagisce a modo suo, ma l’idea che primo o poi si aggiusterà la trovo in tutti. Me compreso. E talvolta il legame tra noi si sfalda, altre no. Ma chi può dirlo. È come se riuscissi a ricordare tutte le volte in cui ho visto mio padre piangere.


Dopo pochi secondi, ho cominciato a pensare alle cose che non facciamo per lo stesso motivo. Ai muri che le nostre parole costruiscono, che i nostri gesti saldano al terreno. Vorrei capire cosa ci spinge a fare tutto questo. La risposta la trovo - spesso. E non è nella paura. Le possibilità continueranno a piovere dal cielo. Noi rimarremo seduti sulle nostre panchine di gesso bianco aspettando. E che sia chiaro: aspettare non è sbagliato – a volte non si può fare altro. Il punto è che secondo me si guarda dritto e non in alto. Posso capire che quando si è al mondo da tanti anni il cielo perda in parte il suo fascino, ma è l’unico strumento che conosco in grado di mostrarmi comunque chi non è con me in quel momento – e che forse vorrei accanto. Ok, non me lo fa vedere. Ma lo sento vicino. Come se vedessi la sua figura in una finestra lontana; come se un gigantesca mano sollevasse la linea dell’orizzonte tra la notte e l’alba. E in quella ferita trovassi ciò di cui ho bisogno. Che non è sempre quello che dico.


Non dire fa male. Questo sono sicuro sia un’altra verità. E fa male sopratutto perché alla fine lo dici, quello che non volevi dire – anche che tu non lo faccia a parole. Dire, parlare, è nelle nostre prerogative migliori. È l’unico modo di lasciare qualcosa che non sia destinato a noi stessi. È come se per tutta la vita non facessimo che scrivere lettere ed inviarle. Una vita per corrispondenza. Immagini e somiglianze. Quindi quello che ora voglio promettere è che dirò. Non so bene cosa, ma saluterò la mia famiglia, andrò a riprendere quello che è mio – non ci sarà spazio per altro. E sarò pronto a perdere tutto.

Questo lo dico perché l’altra sera – è sempre l’altra sera anche se non si mai quando – ho bevuto un Long Island estremamente annacquato. E questo mi ha condotto ad una delle più importanti rivelazioni di sempre: io non vivrò nessun’altra vita oltre la mia. Tutti noi vivremo solo la nostra vita. Non riuscirò mai a vedermi con gli occhi di un’altra persona. E tutto questo non ha nulla a che fare col fatto che abbiamo solo una vita e dobbiamo usarla al meglio e bla bla bla. Carpe diem non è mai stato il primo pensiero di Orazio. Così all’improvviso ho immaginato di trasformarmi in una pietra. Tipo la canzone che dice Turn to stone. Ma quando sarò pietra avrò la consapevolezza di essere stato altro? Com’è possibile che non sappia niente di questo. Dove sono le risposte! Dove sono le domande, quelle belle. Insomma mi volete dire che sta a noi. Un giorno ci si alza e si dice che gli occhi di un’altra persona sono i migliori. Svestono senza disturbare. Come se avessimo davvero una vita soltanto. E voi direte che forse il Long Island non era annacquato, ma anzi, forse era più forte del solito. Non lo so. So solo che queste cose arrivano all’improvviso. E quello che posso dire è che continuerò a non essere pronto per tutto questo, qualsiasi cosa sia, qualsiasi cosa io debba dire.

Si potrebbe iniziare dicendo tipo scusa. Ma a chiunque, non solo a chi dovremmo. Anche subito, quando ci si conosce. Perché dopo dovrò cercarti e dirti che ho bisogno di te e chiederti i tuoi segreti. Staremo tutti in cerchio stringendoci la mano in silenzio. E tutti continueranno a ripetere che sarà facile. Ma tutti chi? Noi?


Comunque non fraintendetemi, non sto dicendo nulla di utile. E’ come se vi avessi chiesto quanto costa un litro di latte. Questione di amore nel momento sbagliato.

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