• Possibilia

Strade come doppie punte

Aggiornato il: 24 ago 2018



Endless Highway 1, Bob Dylan

Una volta ho pensato di chiamarti da un Call Center. Per farti sapere dove sono arrivato. Di cosa scriverò - in cosa sarai. Perché nel mondo ci sono ancora quei telefoni rossi e grandi in mezzo alle strade lunghissime. Le Highway americane, che collegano grossi carichi di bellezza rude e libera (da cosa?). I pneumatici della macchina stridono l’asfalto bollente. Non ho idea di chi sia alla guida, ma mi basta sperare che lo faccia per sempre. Ho i capelli lunghi, dovrei tagliarli.

Forse è stupido pensare che la piega sotto la bocca mi ricorda il fatto che mangi piano. Mastichi lentamente, con le labbra serrate. Il mondo ti guarda silenzioso e non te ne accorgi. Sei conscia del tuo segreto? Passo dopo passo, stringi la mano più forte. Le dita sono piccole e tozze, per certi versi un po’ maschili. L’eco brillante degli anelli confonde lo sguardo ad agosto. C’è l’infinito che terge il mio occhio indiscreto. Il tuo viso inganna come quando scrivo il titolo di una storia: se lo lascio decantare davanti a un mucchio di righe bianche, ecco che all’improvviso non c’è più niente. La mia ampolla di magia va a farsi fottere - crescono solo piante rampicanti sopra un muro di pece. Dev’essere così che invento un mondo che non esiste e ci ficco ogni parte del mio corpo. Mi chiudo. Mentire non è così difficile - lo so, fai solo finta di crederci. Le tue dita suonano il piano. Intrecciano i nervi e spingono le note oltre la cassa del pianoforte a muro. La voce flebile esce tra le labbra; cresce l’imbarazzo sulle guance. Leggere, soprattutto d’inverno. Quando hai la pelle bianca. Pelle di luna, direbbe qualcuno. Io.



C’è stato un giorno in cui un frammento di roccia ha scavato nella pianta del mio piede destro. Ho visto la roccia rossa. Cupa. Densa di ossigeno. Al pronto soccorso, ho riconosciuto una mamma e un bambino. Lei immobile e magrissima sopra una sedia a rotelle con lo schienale blu notte. Un filo sottile usciva dalla mano. Il figlio le piangeva in braccio. Quanto cuore ho gridato quella sera? Dove ho messo i pezzi che ho perso? Quale cassetto abbiamo in comune?

Ti vedevo impotente e mi sentivo inutile. Come un giocattolo difettoso. Bloccato nelle troppe parole mi sforzavo di trattenere una sensibilità inconcludente. Che è figlia tua, mamma. Come le cose che porto nei miei viaggi e spargo con l’accuratezza del palombaro in fondo al mare. Ce ne vorrà un altro per farle riemergere. Perché mi piace vivere di emozioni poco sotto il pelo dell’acqua. Un equilibrio fragile, ma indispensabile. Che mi ricorda la sera in cui distribuivo drinks in mezzo al mare. Io, che so a malapena cucinare un uovo sodo. Mi sono ritrovato a creare serie di Mojito, Cuba libre e Moscow Mule. Al largo. Mentre una catena infinita di canzoni spagnole rispecchiava il cielo ricco di stelle. Ero sospeso. Come lo sono ora; come lo sono sempre. In quella nicchia esistenziale privilegiata che mi avvolge nei lunghi pomeriggi invernali. Ed è stato lì, su quella barca, quando i bicchieri di plastica arrivavano al destinatario, che ho intravisto la luce verde del faro della baia. Intermittente. Sulla Roccia. Arrivo o partenza. Sono salito al piano superiore e ho pensato a Gatsby. La nostalgia di qualcosa che non ho mai conosciuto mi ha assalito. C’era solo un’immagine, lontana. Intermittente. Ancora. Di nuovo.

Come hai fatto? A perdere un padre, avendolo sempre avuto? Guardandoti stesa, bianca e senza forze, ho continuato a chiedermelo. Perché quello che hai scelto ha portato a me. Vengo da una cosa bellissima. Ne ho la certezza. Ma a volte ti penso, appesa sotto lo stipite della porta in attesa di una carezza. C’è chi non torna. E c’è chi non si è nemmeno mai presentato. Ecco perché non perdoni, ecco perché hai paura e ti trema il bordo dell’avambraccio se ritardo al mattino. Quando dopo essermi tuffato nel mare sicuro dell’alcol torno a vivere dei nostri pensieri. Salgo le scale. Inserisco l’allarme. Entro nella tua stanza e ti ascolto, mentre fingi di dormire. Non vuoi mostrare che mi aspetti. Eppure a me è arrivato il contrario. Un mucchio indistinto di attesa. Che è quello faccio tutto le volte che posso. Rimando quello, aspetto quell’altro. Perché questo vortice mi assicura una cosa: ripetere. E così basta ripetere un solo modo di quelli che conosco.


Ero seduto su un poltrona di plastica rigida rossa. Mentre un’altra luce verde lampeggiava ogni due, tre secondi. Il tuo modo di fare era disteso, come il respiro. Che anche nel silenzio della notte facevo fatica a sentire. Ogni tanto piegavo i miei muscoli e oscillavo incerto fino alla grande vetrata della stanza. Le finestre mi hanno sempre ricordato un enorme viso di cristallo. Le gocce di pioggia erano rughe. Provavo a spostarle indicandole col dito, ma il tempo non ha rivali.

Una sera, mentre i tuoi erano andati a cena, sono uscito e ho fatto una breve passeggiata attorno al grande edificio grigio metallico. Poco dopo ho raggiunto le scalinate fredde di una piccola cappella. Vi ho appoggiato i palmi delle mani, e ho ascoltato tutti i passi del giorno. Il tepore capriccioso di marzo non c’era. E ho deciso di essere egoista chiedendo di te; mi sono ritrovato insicuro nella mia piccola porzione di mondo. A pregare, a sperare. Come un bambino che gioca a essere grande. Perché nel dolore c’è solo tanto dolore. Devo essere rientrato dopo tre quarti d’ora. Era da poco arrivata la tua amica, che ti ha accompagnata in bagno. Come l’infermiera faceva con la mamma. E io guardavo. Quando succedono queste cose, non so fare altro. Non scrivo nemmeno - mi sembra ancora più stupido. Guardo. I punti della tua ferita nascosti da una lunga garza bianca. Sono una fucina di battute a casaccio: non riesco a trovare un altro modo per difendermi. Ma tu lo sai. Conosci il mio modo di sbagliare. E io sguazzo in questo pericolante limbo di certezza.


Mia madre va dalla mia stessa parrucchiera. Che indossa sulle labbra robuste un rossetto viola scuro, e prepara molto spesso una crostata alla ciliegia. Quando le portiamo borse enormi di vestiti dell’infanzia che ormai non usiamo più. Ciò che è passato risplende nel flash di una polaroid. Possibile che sia successo? Possibile che abbia vissuto? Quando mostro i miei occhi allo specchio, vi riconosco una patina di polvere e indecisione, come nelle migliori copie di vecchi libri. E così, resto seduto al tavolo in ferro battuto di una bar a chiedermi se l’aggettivo sia meglio scriverlo prima o dopo. Come se potessi decidere che oggi accadrà tutto all’incontrario.


*


Aspetto. Eccola. Arriva l’amica di una vita. Ondeggia sopra il tacco basso di due sandali verde foglia. La gonna a righe dondola attorno al vento, e la scollatura sulla camicia bianca confonde lo sguardo che nascondo alla mattina. Si siede. Non dice una parola. È solo intuito. Rolla una sigaretta, perché quelle rollate fanno meno male, mi ripete da almeno sei anni. Accavalla le gambe. I polpacci glabri interrompono il corso della rasatura poco sopra il ginocchio. Non fa l’amore da un po’. Sa che so. Due birre pop, grazie. Hai presente casa mia?, dice. Al piano sopra, dove tra le due camera ci sono i due bagni? Si, rispondo distratto. Non ho capito dove stiamo andando. Quando era piccola, mi nascondevo nel bagno più piccolo, mentre mia madre si faceva la doccia. Mi sedevo esattamente sotto il lavabo, rannicchiavo le gambe e le abbracciavo. Strette. E restavo in ascolto. Non so bene di cosa. Ma rimanevo così per tutto il tempo. La mattina presto. Poi quando mia madre finiva, tornavo veloce nel letto e fingevo di dormire prima che lei uscisse. Aspira dalla sigaretta tra le labbra. Solo d’estate, perché d’inverno c’era la scuola. Sto per rispondere, ma continua da sola. Come sempre. Non mi ricordo bene cosa pensassi, ma stavo bene in quei minuti. La solitudine della mattina era ovattata. Meno forte. Credo derivasse dal fatto che per tutti i primi anni di scuola la maggior parte della gente non sapeva nemmeno esistessi. Non è che fossi invisibile. No. Credo che sia più corretto ammettere che non ero indispensabile. Quando c’era da scegliere, nessuno pensava a me. Di qualsiasi cosa si parlasse. Allora mi nascondevo sotto il lavabo.

Sorride. E mi guarda. In un modo che non saprei nemmeno come dire, perché l’ho visto troppe volte - le parole restano, anche quando il ricordo è ormai sbiadito. Sono contenta che non siamo diventanti come quelli che finisco per farsi solo gli auguri di compleanno. Anche se in realtà sapevo che sarebbe andata così. Fuma. Guarda oltre il tavolino. Il torrente scorre insistente sotto i nostri piedi. Rispetto al piccolo alveo, l’acqua è sospesa. La terrà è asciutta sotto l’acqua bagnata. In tutti questi anni non siamo mai andati al mare insieme. Che strano.

Penso che… Sai cosa mi dava forza? Niente, è lei che parla oggi. Cosa? Quando mi dicevi: io sono una città. Tu sei una città. Lo dicevo davvero? Eccome! Lo ripetevi sempre. Impossibile che non lo ricordi. Scuoto la testa. E che significava?


*


Era tutto finito. Da poco. Ma tutto stava per iniziare. Ero pronto? Sarei stato in grado di aiutarti a camminare nello stesso modo? Forse sarei stato io a cambiare. Allora ho pensato al tuo modo di infilare Forrest Gump nelle conversazioni più disparate. Hai inventato la mia di battuta. Racconta. Qualsiasi cosa succeda, tu racconta. Mi sono seduto, e ho obbedito.

Credo di ricordare che quand’eravamo piccoli, avessimo un motto: siamo una città. Non ti ho mai spiegato il motivo. O da dove venisse, perché ho sempre pensato che l’avresti trovato un po’ melodrammatico - stupido. Comincia tutto dalle doppie punte. Quelle che dicevi di dover tagliarle almeno due volte al giorno. E ridevi, se ti raccontavo che io sono sempre andato dalla parrucchiera di mia madre perché avevo paura di tagliarli. Ero convinto che tutti mi avrebbero trovato brutto. E la bellezza del mio viso era l’unica cosa che chiunque sembrasse comprendere. Ti ho stretto la mano. Forse l’ho solo sfiorata. Comunque le doppie punte si dividono. Le strade della città fanno lo stesso. Ecco perché ci ho pensato. Era un po’ come se avessi un piccola città in testa. Le luci della notte; i lampioni storti; le rotonde affilate; le panchine vuote. Insomma: cercavo di farti capire che alla fine non erano così brutte come pensavi. Una sorta di seconda possibilità; seconda certezza.

Perché te lo sto dicendo ora? Non lo so. È egoismo? È narcisismo? Forse, però, se ci credo, è una scusa. Ho una discreta certezza che non ricorderai nulla di quello che ho appena detto. Un giorno me lo richiederai. Sarò pronto a raccontare di nuovo. E fino ad allora, vivrò di questo. Come un panno steso al sole, nella mattina più calda di agosto.



C’è chi mi dice di essere calmo, chi di essere bilanciato; chi che sono una foglia, e posso solo cadere. Ma io cadrò davanti. C’è chi guida, che continua a cambiare strada. Ma mi sembra di tornare sempre sulla stessa. L'Highway di prima. Devo tagliare i capelli.

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