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Strappi: «L'isola dell'abbandono» di Chiara Gamberale


di Bansky

«Se sapessimo di cosa abbiamo bisogno,

non avremmo bisogno dell'amore»


La scrittura della Gamberale è un elastico emotivo a «fantasia drammatica»: accorcia e segmenta intere sequenze in lunghi dialoghi serrati, avanti uno sfondo descrittivo minimale, che però è vivissimo nello stesso discorso diretto; e poi stende la sua avvolgente matassa narrativa in periodi lunghissimi, che assomigliano a dei flussi di coscienza interiore. Sospensione, virgola, punto e virgola: una miscela interpuntiva che diventa la prima concretizzazione del quid empatico de L'isola dell'abbandono: strappi. Gli stessi della vita della misteriosa protagonista del romanzo; «piantata in asso» da Stefano - «uno a cui piacciono più le idee che le esperienze» (pag.117), salvata da Di - «riesce sempre a farla ridere proprio nel momento in cui se fosse sola, sentirebbe di vacillare» (pag.139) -, contesa da Damiano.

Un trittico amoroso che tormenta l'amore di Arianna, e per cui «tutti scomodiamo il per sempre» (pag.85), e dove, invece, dovremmo forse imparare a giocare alla settimana enigmistica: «aveva chiari tutti i puntini, tutti i motivi per cui si era innamorata di lui, ma non riusciva a unirli fra loro» (pag. 40).



La scrittura in terza persona della Gamberale è un invito a scindere il tu dall'io, abbracciando il primo, come fa la stessa Arianna diventando mamma.

Arianna è anche al centro di quello che avviene dopo gli "strappi", perché L'isola dell'abbandono parla del dopo: dopo la nascita di un figlio, dopo essersi innamorato, dopo la morte di una persona cara, dopo l'abbandono. Sempre, però, alla ricerca dell'altro, consapevoli di due verità apparentemente antitetiche, ma in realtà complementari: «la vita non ti farà mai abbastanza compagnia» (pag. 202); «stare insieme non sia che uno dei tanti modi che la solitudine inventa per mascherarsi» (pag. 60).


La scrittrice romana racconta dei «momenti in cui la vita fa lei»; racconta quando la vita irrompe e ci ammala di amore, di solitudine, di insicurezza, ma è anche vero che «se non ti ammali così almeno una volta nella vita ti senti un fallito» (pag.191). L'isola dell'abbandono attraversa e vive il dolore, lo ribalta, lo scongiura e lo trasforma, dimostrandone la sua reale implicazione: dalla sofferenza c'è chi scompare, ma c'è anche chi resta. Così il romanzo - e la vita - diventa sopratutto il gioco di chi resta. Una giostra in cui si ha solo paura di non essere amati - come racconta Di ad Arianna in uno passi più belli del libro ( pag. 124):


Ecco perché mi sto innamorando pazzamente di te. Perché quando parliamo e quando facciamo l'amore noi ci intendiamo proprio. È così, è esattamente così anche secondo me: il problema è sempre uno solo, sempre quello: abbiamo paura di non essere amati. E allora ci rifugiamo nel nostro trauma, nelle nostre ossessioni. Ma lo capisci, il paradosso? Non lo vedi che, proprio perché ce ne stiamo lì, accartocciati nel nostro mito, nessuno ci potrà mai conoscere per quello che siamo e dunque ci potrà amare? Non è evidente che mentre crediamo di difenderci ci stiamo mettendo definitivamente a rischio?

Alla fine della storia di Arianna, un po' disorientati, ci siede con lei sull'isola di Naxos e l'orizzonte è il segno del nostro passaggio, i nostri figli, che forse «quando cresceranno, sapranno che cosa vogliono, lo sapranno chiedere, sapranno dire qui mi fa male» (pag.23). Basta solo trovare le parole giuste. Ma... «quante parole esistono?» (pag. 173).

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