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Father and Son. «Beautiful Boy» di Felix Van Groeninn

Aggiornato il: ott 8



L’ultima pellicola di Felix Van Groeninn Beautiful Boy forse avrebbe meritato più fortuna nella scorsa award, anche e sopratutto alla luce della vittoria di Green Book come Miglior film. Con cui la pellicola del cineasta belga ha in comune un'impronta regista classica, senza stravolgimenti ma che è comunque funzionale alla distribuzione diegetica: uno dei punti di forza di Beautiful Boy. La storia di un padre, David Sheff, che cerca in tutti di modi di salvare e aiutare il figlio Nic per smettere di abusare di cristal meth, una potente tipologia di metanfetamine.


La sceneggiatura - che adatta le memorie dei protagonisti Beautiful Boy (edita nella versione italiana daSperling&Kupfer) e Tweak - tratteggia un continuo intreccio fra passato e presente che evidenzia - oltre al centrale dualismo padre figlio - il confronto disarmante fra l’infanzia di Nick e la sua vita adulta, incalzando la drammaticità dell’oggi con la spensieratezza del bambino. In questo senso si inserisce la concretizzazione dei continui flashback dello sceneggiato con un montaggio alternato che fornisce una struttura circolare alla pellicola: Nick tocca il fondo più e più volte, mostrandosi forse solo nel finale pronto a una redenzione, ma pur sempre ipotetica, senza, quindi, aderire alla scelta narrativa più convenzionale di far seguire alla presentazione dei fatti, il momento critico e poi quello del riscatto conclusivo.


Timothée Chalamet e Steve Carrell

L’altro elemento chiave della pellicola sono le interpretazione di una cast costruito alla perfezione, anche nella scelta dei personaggi secondari, come la madre di Nic (Amy Ryan) e la compagnia di David Karen, interpretata da una bravissima Maura Tierney, che riesce a riflettere gli sguardi dello stesso David, mostrandone l’impotente angoscia interiore.

Altresì, Steve Carrell dimostra ancora una volta di saper svestire i panni comici e indossare i toni drammatici e conflittuali. Accanto, quella di Timothée Chalamet - candidato alGolden Globe 2019 come Miglior attore non protagonista - non è da meno. Infatti, se in Chiamami col tuo nome l’attore franco-americano giocava tutto sull’intenzione di colmare la distanza fra il suo corpo e quello del suo primo amore, in Beautiful Boy riesce nella volontà contraria: esasperare la lontananza spaziale con il padre, dimostrando la necessità di essere cercato, voluto, salvato, amato. Tra le note di una soundtrack di tutto rispetto, dove spicca la canzone omonima al titolo del film di John Lennon.


Certamente, la pellicola di Van Groeninn - già alla ribalta internazionale per Alabama Monroe - una storia d’amore (2014) - non eccelle per innovazione tecnica o può considerarsi un capolavoro; tanto, come detto, è regalato dalle strepitose prove di Carrell e Chalamet, che sprigionano una potenza dirompete a ogni «everything». Ma è anche vero come Beautiful Boy sia un film autenticamente commovente che incide per la sua intelligenza: si concentra e resta nel dramma tra Nic e David senza volerlo amplificare per racchiudere “tutto” il problema della tossicodipendenza. Si oppone, quindi, alla volizione di dire di più, lasciando che siano le interpretazioni a far spiccare il volo al film, non fornendo - per esempio - alcuna chiara spiegazione riguardo cosa abbia spinto Nic a drogarsi.


Da un lato Beautiful Boy - nelle sale italiane dal 13 giugno - cammina su una strada ben tracciata, ma dall’altro ha il coraggio necessario per penetrare dove altri film si sono solamente appoggiati.




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