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Tra scienza e poesia: il segreto della neuroestetica

Aggiornato il: 6 apr 2018

La sacra famiglia, Michelangelo Buonarroti

“Arte” e “bellezza” sono due fra le parole di uso comune della nostra lingua che, col tempo, hanno sviluppato una particolare forma di resistenza semantica al loro interno. È, infatti, proprio la loro natura “di uso comune” che, spesso, opacizza il rispettivo significato etimologico – soprattutto nel caso della parola “bellezza”. Tant’è che chiunque accosterebbe a questo termine altri vocaboli come “equilibrio”, “serenità”, “perfezione” e persino parole come la stessa “arte” o concetti apparentemente lontani come quello offerto dal lemma “verità”. Tuttavia, una sommaria analisi linguistica della parola bellezza ci confermerebbe come tutti i termini sopraddetti siano – quasi completamente – frutto del già citato “uso comune”; etimologicamente, infatti, “bellezza” deriva dal latino bellus, diminutivo di bonus (“buono”).Pertanto, la sfera semantica alla quale il termine pare rivolgersi sarebbe meglio identificabile con il binomio di “bellezza etica”, ovvero “bellezza del buono” – concetto caro alle civiltà antiche e quasi opposto al pensiero comune che identifica la bellezza come primaria caratterista dell’arte. Ebbene, questa breve ed impressionistica panoramica sulle possibilità di significato ed influenza che il solo termine bellezza implica, ha da sempre caratterizzato la decisa (e ottusa) tesi secondo cui l’indagine della bellezza estetica possa essere esclusivamente malleabile alle cure del filosofo o del critico d’arte. Questa sua natura irriducibilmente soggettiva (o almeno apparentemente soggettiva) estromette l’analisi prettamente scientifica – o almeno così era fino alla nascita delle teorie neuroestetiche.

Quella che elegantemente i neuroscienziati chiamano “La neurologia della bellezza” è uno dei più significativi esempi di come la cultura scientifica e umanistica non dovrebbe mai essere in contrasto – come fossero le due braccia dello stesso corpo, esse raggiungono mete e luoghi sconosciuti all’altro, ma al contempo essenziali per la rispettiva crescita. E il termine “bellezza” – e quanto implica – esibisce senz’altro questa fondamentale proprietà.

La neuroestetica, ufficialmente fondata dal neuroscienzato Semir Zeki, ha per la prima volta ipotizzato come il bello possa essere indagato oggettivamente dal punto di vista scientifico, grazie ad un’accurata analisi neurologica del cervello durante l’esperienza della bellezza per l’osservatore. Questo è possibile, e rilevante, dal momento che – secondo Zeki – ogni cervello contiene delle basi biologiche comuni che determinano modi molto simili di comprendere ed interpretare le manifestazione forse più eclatanti della bellezza dell’ingegno umano: le opere d’arte. Ma Zeki si spinge anche oltre: dal suo punto di vista finanche le opere d’arte contengono delle basi biologicamente comuni – come se i più grandi artisti di ogni epoca – Michelangelo, Mondrian, Vermeer, Picasso… – con le loro opere avessero anzitutto offerto una mappatura della attività celebrale relativa alla visione del bello. Ma perché accade che le opere d’arte conservino al loro interno quel barlume affabile e coinvolgente di inestirpabile oggettività, che è a sua volta contenuto nella sfera più ampia della bellezza esteticamente soggettiva?

Antonio Dimasio – medico neurologo italiano – sembra aver offerto una motivazione convincente, grazie alla scoperta del metodo neurologico del “circuito del come se”. Esso esplica come il nostro cervello percepisca come personale lo stato d’animo di un’altra persona; stessa cosa avviene durante la visione di un’opera d’arte: i nostri neuroni sono coinvolti dalla bellezza dell’opera perché coinvolti in prima persona dalla dimensione emotiva del quadro, come se in quell’istante Michelangelo, Picasso e Mondrian fossimo proprio noi. Questo meccanismo è ancor più evidente nelle opere di artisti surrealisti come Magritte: in questi quadri il meccanismo del “circuito del come se” è integrato dal metodo psicologico del completamente mentale, cosicché le figure spesso monche dei surrealisti ci appaiano quanto mai complete e significanti. Utilizzando le parole di un altro neurologo italiano – Alberto Oliverio – potremmo asserire che «le immagini sono delle chiavi capaci di aprire serrature biologiche».


Albero rosso, P. Mondrian

Ma come? Con quale meccanismo?

Non c’è risposta più accurata che nelle parole di Zeki «c’è un’area del cervello che è sempre implicata nell’esperienza della bellezza, indipendentemente dalla sua origine. Essa si trova nel cervello emotivo ed è nota come field A1 della corteccia orbito-frontale mediale (mOFC), un’area che è anche coinvolta nelle sensazioni di gratificazione e di piacere» (Lectio magistralis del prof. Zeki, “The science of beauty” , 28 novembre 2017). Dappiù, ciò che le teorie neuroestetiche forniscono – grazie alla misurazione dell’intensità celebrale correlata al particolare stato esperienziale della bellezza – è una quantificazione dei giudizi estetici. E (anche) per questo motivo la teoria di Zeki dovrebbe quindi essere completamente integrata nelle teorie estetiche.

Oltre alla bellezza propriamente artistica, ossia della arti figurative e visive, Zeki – nella sua Lectio magistralis “The scince of beauty” alla Sissa – ha parlato anche di quella che per Platone era la più alta forma di bellezza: ossia la bellezza della matematica. Ragione che, per esempio, sta alla base dell’iniziale accettazione delle teorie di Einstein: incredibilmente equilibrate ed eleganti. Ma va da sé che la matematica sia uno dei capisaldi dell’analisi quantomai oggettiva, e altresì duttile, quindi, ad un’indagine neuroestetica. È però incredibilmente interessante quello che afferma Zeki: «Kant pensava che una formulazione matematica è bella perché ha senso. Ora possiamo chiederci “senso per cosa?”. La risposta è ovvia: per i sistemi logici deduttivi, induttivi e analogici del cervello. Qualsiasi matematico, indipendentemente dalla formazione, percepisce la bellezza di una formula (se hanno dimestichezza col linguaggio matematico) perché ogni matematico ha gli stessi sistemi logici nel cervello». Quindi l’esperienza della bellezza del linguaggio matematico (e della sua comprensione) è determinata biologicamente – secondo Zeki. E’ d’altronde questo il motivo – che già ipotizzava Platone – per cui fisici e matematici hanno potuto conoscere verità sul nostro universo prima di possedere evidenze sperimentali.

Ma sarà possibile applicare l’indagine della neuroestetica ad un campo più ampio di quello propriamente artistico? Considerando, quindi, il termine arte nella sua valenza più universale? Renderebbe questo possibile una sorta di indagine “matematica” nei campi della letteratura e della musica per esempio? E la presenza di una teoria linguistica, com’è quella della grammatica generativa di Chomsky, che asserisce il substrato biologico alla facoltà del linguaggio, potrebbe rappresentare il lato opposto della medaglia dalla quale prende spunto l’analisi oggettiva della neuroestetica che, alla fine, racchiude anche la bellezza matematica?

Insomma: quanto una disciplina come la neuroestetica può realmente avvicinare la cultura umanistica a quella scientifica e spiegarne verità comuni? Le risposte a queste domande saranno la futura bellezza della neuroestetica, che in parte è già visibile. D’altronde: «La bellezza è verità, la verità è bellezza scriveva» Keats.

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