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Tutti per uno. «Hammamet» di Gianni Amelio

Aggiornato il: ott 8




Dopo l'apprezzatissimo La tenerezza, Gianni Amelio torna dietro la macchina da presa per raccontare un rimosso della storia recente italiana: Bettino Craxi. E, in particolare, gli ultimi mesi di vita da "esiliato" nella sua villa ad Hammamet in Tunisia. Tuttavia, benché la circoscrizione temporale sia piuttosto ridotta, la pellicola brulica, com'è ovvio, di un sottotesto storico pregresso promosso anzitutto dai lunghi dialoghi tra Craxi e Fausto (Luca Filippi), il figlio di un vecchio compagno di partito.


Raccontare Hammamet, però, non può in alcun modo prescindere - ed è questa la sua forza e la sua debolezza - dalla (disarmante) interpretazione di Pierfrancesco Favino. Che, dietro il capolavoro di trucco e parrucco, si vede eccome: detta i tempi, gestisce lo spazio, in una mimesi irreale dell'ex segretario socialista, a partire da una riproduzione del parlato su cui innesta la sua indiscutibile capacità empatica. Ma la pellicola sembra ripetutamente accontentarsi della bravura del suo leader: la diversa intensità tra Favino e i comprimari che a turno lo circondano è evidente (a eccezione di Renato Carpentieri). Citandone uno per tutti, il ruolo di Fausto - in potenza un funzionale coprotagonista - si dimostra appena abbozzato nella sua inclusione e non caratterizzazione. In altre parole: la pellicola doveva fare di più, sebbene Favino riesca nell'onere di sobbarcarsene il peso.


Anche a livello tematico, Amelio sembra accontentarsi. I racconti di Craxi sono sempre gli stessi; non c'è approfondimento, non c'è la volontà di raccontare un percorso (la rigorosa ricerca di archivio non basta) - che non avrebbe comunque costituito un giudizio ma solo una direzione -, ma solo i ricordi nostalgici e generalistici di un passato arcinoto. A dare un indizio di come "sarebbe stato" ci pensa l'intensa sequenza in cui il nipote riassume a modo suo gli eventi della crisi di Sigonella. Dappiù, da metà della pellicola in poi, l'estrema lentezza del montaggio diventa quasi fastidiosa: non che ci si potesse aspettare altro da un film di Amelio, ma essendo il finale della storia evidente, forse si sarebbe dovuto spingere un po' di più sull'acceleratore emotivo. In questo senso, finanche il rapporto con la figlia non trova la forza di imporsi.


Certamente l'idea di Amelio non era quella del classico biopic, ma per raccontare un personaggio controverso, rimosso, polarizzante come Craxi serviva indubbiamente un intenzione più incisiva (anche originale, vedi Il divo), che invece, se non fosse per Favino, esce disinnescata e anestetizzata.




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