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Tutto a metà: la recensione di «C'era una volta a... Hollywood»



Dopo mesi di un'estenuante campagna pubblicitaria, il nono lungometraggio di Quentin Tarantino Once Upon a Time in... Hollywood è finalmente arrivato anche nelle sale italiane.

Il regista americano ha scelto una strada difficilissima: introdurre nel linguaggio intimo e personale del ricordo "da Amarcord" e della poetica tarantiniana della riscrittura della storia americana (come in Django Unchained, The Hateful Eight, Bastardi senza gloria) l'intenzione metanarrativa, parlando di cinema con il cinema stesso. Da dove partire, allora, se non dal fatidico 1969, e dall'incontro tra Rick Dalton (Leonardo di Caprio) e l'agente Marvin Schwartz (Al Pacino), per poi scorrere dal febbraio all'agosto dello stesso mese in un vortice continuo e indistinto di frammenti e particolari dell'inizio di un certo modo di concepire e fare cinema.


C'era una volta a... Hollywood è però anzitutto il dietro le quinte di Tarantino, in cui il regista miscela ancor più di tutte le esperienze precedenti linguaggi cinematografici: dall'epica del western (onnipresente nella filmografia di Tarantino) al nouvelle vuouge, dal genere poliziesco a quello alla declinazione slasher dell'horror. Accanto all'intenso duetto fra Pitt (Cliff Booth) e Di Caprio: il primo consapevole di un'onniscienza spietata; il secondo sornionanemnte enfatico, sopra i registri.


Margot Robbie

Ogni filo narrativo è teso e allacciato all'acme narrativo cui la pellicola guarda: il massacro di Bel Air dell'8 agosto 1969, per poi - novità importante - lasciare la conclusione della pellicola implosa.

Dappiù, per C'era una volta a... Hollywood Tarantino si scopre iper teorico, circoscrivendo il senso di quei Bastardi senza gloria che ridefiniscono la storia del cinema, inserendoli in quadro citazionistico al limite dell'eccessivamente retorico, che rende spesse volte rende il dialogato della sceneggiatura meno incisivo e memorabile a quanto il regista americano ha da sempre abituato.


Tarantino avviluppa la pellicola al suo immenso amore per il cinema, ma perde da qualche parte le fila del discorso - in una narrazione troppo lunga - che portano a un risultato a metà: se da un lato C'era una volta a... Hollywood realizza il senso utopico della concezione filmica tarantiniana, dall'altro riconosce più che una lettera d'amore, un grande senso di malinconia.



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