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Non si vive e non si muore. «Tutto chiede salvezza» di Daniele Mencarelli

Aggiornato il: 6 giorni fa



Daniele Mencarelli racconta di un episodio ciclico, ripetitivo, che sembra non avere tempo. Non ci sono orologi sulle pareti del reparto di psichiatria. I giorni scorrono uguali, il ritmo è lo stesso.

Lo scrittore romano regala un romanzo che fa del contenuto la sua forma, nel senso di un linguaggio quasi completamente parlato e colorato dal "volgare" romanesco che si fa forse personaggio dell'approssimazione dei 7 giorni di TSO di Daniele. Tutto chiede salvezza è l'esempio della letteratura come strumento. Mencarelli, infatti, trova una prosa semplicissima, lineare ed emotiva che trova ragione d'essere in una storia che vive di una forza intrinseca cruda e spietata - «ma che malattia è? Non vive e non mòre».


Ma Tutto chiede salvezza è anche - volente o nolente - un atto di denuncia, non contro qualcuno, ma contro qualcosa; contro un concetto, un'idea sbagliata, inutile, fallace. Daniele lo dice ai medici: «Bastava talmente poco. Bastava ascoltare, guardare negli occhi, concedere. Una volta, una sola volta. Invece non lo hanno fatto. Perché per loro non eravamo degni di essere ascoltati. Perché i matti, i malati, vanno curati, mentre le parole, il dialogo è merce riservata ai sani». Tutto chiede salvezza è un racconto sporco, sincero e vittima. È una ricerca sia del tempo perduto, che di quello mai avuto; è una ricerca verso l'orizzonte della speranza. Che Mencarelli plasma sulle materia di un depressione indotta, senza dedurne alcun giudizio. Ma salvezza per chi?


«Salvezza. Dalla morte. Dal dolore. Salvezza per tutti i miei amori. Salvezza per il mondo»

Mencarelli avrebbe forse dovuto osare di più, fornire un'impalcatura linguistica e narrativa di maggior impatto e per permettere alla sua storia di corrodere ancor più il suo senso di denuncia, ma in Tutto chiede salvezza non c'è nulla di intentato, ogni pistola del racconto spara. Ferendo.


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