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Un'anatra di nome Alessandra cosa dice di me?

Aggiornato il: 8 ott 2019



La porta si muove con cautela. L’odore della mia camera è quello. Dicono rimarrà così per sempre. La scrivania è immobile. Fende l’aria che entra dalla finestra. È curiosa. Abbraccia il legno: è una mano che stringe il giocattolo. Da piccolo vivevo a pancia in su; costruivo un castello di lego e ascoltavo i raggi del sole sfregare la plastica - il fuoco rosola il grasso della bistecca. Mio padre non è mai stato capace di fare una griglia.


I libri dormono sulla sinistra, tanti bambini con nome e cognome che strillano silenziosi. Ostetricia, ci sono stato una volta sola. Come si crea un’altra persona? Me l’ha chiesto tremando. Sua sorella era oltre il vetro. Piccolissima. Frutto di qualcosa che non riusciva a immaginare. Non sono stato pronto a rispondere. È rimasto deluso, ed è tornato a sedersi per terra. Corridoio B del settimo piano: Neonatologia. Dalla borsa della mamma ha evocato Buzzlightyear e Woody. Immaginare è tornato a essere semplice; è una scusa per parlare all'altro. Ci penso spesso: per chi scrivi? dove ti immagini? Basta una persona per dare vita a tutto questo. Buffe, però, le banalità: spesso, sogni e realtà si guardano da vicino.


La lampada a gancio si lancia sopra la polvere del comodino. È spenta. Il suo fiore protegge babbo natale, un peluche, Alessandra. Una persona di stoffa. Ho rubato il nome alla mia maestra delle elementari. Un’anatra reale: marrone, verde, bianco, arancione. Me l’ha regalata il dirimpettaio. O così dicono i miei: ha ragione l’Odissea: i nostri primi ricordi sono fiducia. Si nutrono di quello. E sembra abbastanza per fondare una vita intera.

Sotto la lampada c’è una foto. Che segna le pause della mia lettura, quando è vorace, famelica, imbattibile; quando intorno non c’è più nessuno. Nel lato lucido brilla l’immagine della mia attrice preferita, nell’altro la scrittura attenta di una donna mi fa compagnia nel giorno in cui inizio a diventare vecchio. Pensare - a lei - mi fa paura. Perché se leggo il nome al contrario, è lo stesso. È il luogo dove inizio e fine coincidono: un’altalena che oscilla perché non sa fare nient’altro; un mondo che ha fatto un patto: limiti invalicabili in cambio di granelli di bellezza. La polaroid che ricostruisco è questa: un’altalena. Viola, forse perché è un colore che non sopporti, forse perché c’è un racconto di Saramago che si chiama allo stesso modo. L’ho letto su un treno regionale da Pavia a Genova Brignole, quando il baccano del motore copre i pensieri. Cercavo il mare e ho trovato parole, una dietro l’altra, come schiaffi nello stomaco. Possibile che veda questo? Le foglie autunnali che cadono in un parco giochi di Torpignattara, mentre dondoli il tuo corpo. Il vento che ti sposta è lo stesso che penetra guardingo tra le mie cose e saggia le mie paure. Dondolano anche le mie labbra, al mattino, mentre riassumo tutto questo nell’acqua che si addensa sotto il fluire del getto del lavandino. A volte sono uguale: fluisco, senza fine.


Mi lavo i denti e provo a indovinare quale sia l’espressione che ti fa ridere. Torno a dirlo: buffo, che tu rida in altro modo. E la mia voglia cresca, ma la implodo. Perché molti uomini, messi da parte una volta, non si riprendono più. Me l’ha detto un tipo l’altra sera mentre gli raccontavo ubriaco pezzi della mia esistenza: hai il cuore chiuso per ferie.

Il letto è fatto. Il lenzuolo lascia scoperta la testa del cuscino. Lo afferro e premo il viso nel tessuto blu. Qualcuno dice, non sei l’unico. Eppure è così difficile: quando ti sei abituato a partire, tornare diventa una prova. Confrontarsi con quello che sei stato: tutto dentro, tutto da dimenticare. L’altalena va sempre più veloce.

Le ante cobalto dell’armadio sono sigillate. Io le lascio sempre aperte, e il profumo di lavanda scema come lo smalto sulle unghie dopo settimane. Le camicie sono ordinate. Due sono nuove. Richiudo le ante. Il quadro di Parigi sopra la testiera del letto è leggermente storto. La Torre Eiffel è quella di Pisa. I boulevard scottano; escono dal quadro, mi raggiungono. Misurano l’intensità del mio ricordo. È buona: Parigi rimane dentro di me. Le parole si accendono, e la Festa Mobile di Hemingway continua.

Le matite HB2 hanno mantenuto la posizione dell’ultima volta, la bajour Ikea è sporca, ci sono fogli sparsi. C'è qualcuno, è la macchina da scrivere. Sta pregando. Il foglio che vi è incastrato è un parassita. Toglilo, dice. È ingiallito. Riordino quelli sparsi sul piano ligneo della scrivania. Betulla, l’ha scelto mia madre. Uno recita: cosa dicono di me?

La vita è piena di cose buffe: il centro del mondo diventa un abbraccio; pare che la luce dell’universo venga dal passato; la cicogna porta i bambini direttamente in ospedale; i nostri occhi servono solamente a guardare l’altro; la maggior parte del tempo siamo vestiti.

Metto il cuscino sulla sedie girevole. Scrivo. A volte è importante rispondere alle vecchie domande:



Capita che sorrida in giorno che non vale niente. Mi tengo stretto i consigli dei passanti - avanzi di tabacco che dormono per terra. Dicono che so cambiare discorso come il vento ribalta una piuma.

Prima di presentarmi, faccio finta di concludere una conversazione al telefono. Fumo una sigaretta. Ne fumo un’altra. Poi forse nemmeno entro. Non richiamo. Dicono che non porto l’orologio per paura di arrivare in ritardo. Dicono che sogno di diventare Karl Ove e dormire ubriaco sul tetto di un garage. Ma per la maggior del tempo cerco di tenere a bada idee come questa. Ho paura che i sogni mi divorino un giorno o l’altro. La tua è l’unica che realtà che so vivere. Dicono che con le labbra sfioro il limite del paradosso senza morderlo.


Dicono che quando te ne sei andato avresti potuto avvisare. Un biglietto. Due parole possono racchiudere sessantuno anni di vita? Mi ricordo che da bambino sei stato ancora più esigente: dimmi il mondo in una parola se ci riesci.

Dicono che le città di mare sono il mio primo amore. Come gli aeroporti: gente che va, gente che torna: mi viene voglia di restare. Dicono che nella sale d’attesa faccio colazione, cercando negli schermi luminosi mete del nord Europa. Ho una cotta per l’Irlanda centro occidentale.

Dicono che nel portafoglio conservo lo scontrino sbiadito di un parchimetro: 4 luglio 2016. Mio padre mi ha insegnato la data dell’indipendenza americana mostrandomi le partite dei Philadelphia 76ers. Dicono che il professore è una scusa per rimanere giovane. Sei un asino che raglia, diceva la prof di lettere alle superiori. Dicono che mia nonna scambia l’opale della luna con le sfere dei lampioni, ma i testi di Cremonini le restano impressi.

Dicono che non dico, abbracciami. Dicono che scrivo di me. E io glielo lascio dire, perché vorrei fosse così. Dicono che lo penso spesso, ma è stupido: senti anche tu quello che sento io? Dicono che dovremmo imparare a non perderci quando fuori è buio.


Per delle notti ho dormito in una sedia a rotelle; ho strappato cerotti, ho leccato lacrime, ho rasato peli, ho toccato rughe. Dicono che nel gusto improvviso di una tempesta estiva brillerò per qualche minuto, prima di andarmene ballando, sulla tavola di legno che sporge da un veliero pirata. Dicono che vivo di quello che trovo.

Dicono che improvviso una verità del cazzo, una carezza evanescente, uno schiaffo inutile. Dicono che sono delle istruzioni senza qualcosa da usare. Dicono che ho copiato e che ho tradito. Dicono che non so piegare i vestiti, che la cicatrice sull’orecchio sinistro è la virgola prima degli spazi bianchi. Fammi sentire che respiri.

Dicono che basta se mi racconti di te. Dicono anche che è vero.



Un cane abbaia oltre la finestra. Finisce sempre così: la parte di mondo che ci ha cresciuti è pronta a fare di tutto pur di riprenderci. È chi ci vive il problema. Rido, perché mi vengono in mente le parole del nonno: le persone sono solamente di due tipi, quelle che dopo aver fatto l’amore si fanno la doccia, e quelle che non lo fanno.

- Tu di che tipo sei nonno?

- Io lo facevo in doccia.

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