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Un breve monologo in una passeggiata alle 5.30 di mattina



Sulla città, Marc Chagall


Ho sentito scorrere tutta la notte. Verso le 5.30 sono sceso in strada e ho camminato fino in centro. Non c'era nessuno, se non l'alba. Per qualche secondo ho ricordato una mattina a Milano; le luci dei lampioni erano ancora molti forti e la metropolitana aveva appena ricominciato le sue corse. Sono salito sul secondo treno in direzione San Donato. Forse ho fatto per due volte intere tutto il percorso, non mi ricordo. Quando sono tornato in camera, aveva i piedi congelati per il freddo. La prostituta con cui era stato la notte prima dormiva silenziosa nel letto. Non mi ricordavo il nome falso che mi aveva detto.


I giorni si rincorrono, come ladri incappucciati. Mi piace pensare che nessuno li riconosca - il miglior modo per vederli è camminare, anche se forse alle 5.30 di mattina è un po' troppo presto. Dorme ancora una sacco di gente, sopratutto d'estate. Piove. Delle gocce d'acqua sottilissime, che non hanno consistenza sulla pelle. Ogni tanto il cielo tossisce e il suo eco rimbomba - mi ricordo quando la mamma mi faceva addormentare raccontandomi che i tuoni erano i passi del gigante che sarebbe venuto a prendermi se non avessi chiuso gli occhi in poco tempo. Ci credo ancora. Dev'essere anche per questo se negli ultimi tempi ho la continua sensazione di essere estraneo. A me stesso e agli altri. Vedo tutto quello che c'è attorno, ma non ho voglia di conoscere. Credo di nascondermi nel sesso. Nella sua semplicità meccanica, ritmica e cadenzata: so cosa devo fare, e come lo devo fare. Tutto il resto, si addormenta nella morsa caotica del giorno. I miei pensieri se ne vanno per i fatti loro, e rimango letteralmente appeso a una vita sterile.

Mi confessa pensarmi in mezzo al mare. L'acqua salata mi cauterizza, con l'abilità certosina del chirurgo. E in un recipiente in cui fino a ora non c'era mai stato niente, comincia a crescere qualcosa. Si riempie, e amplia il suo respiro. Mi strozza. No... resisto. Lo posso fare. Cosa non potrei?


Fra poco ore accompagnerò mia figlia a scuola. Carlotta è una bambina molto dolce, che ormai sta davvero diventando grande. La sera, per farla addormentare, le racconto dei giganti. Di tutte le città che poggiano sul cielo. Lei mi guarda felice. Ha un suo sogno da custodire, mi piace cullarlo.

Nel preludio della notte, accosto le mie labbra al suo orecchio piccolo e le ripeto il monologo che ho recitato alla fine dello spettacolo all'ultimo anno di liceo. Lo dico spesso. Sopratutto alle 5.30 quando mi capita di uscire a camminare.


Sono un aquilone di polvere, signori. No, no, non potete tirare la corda. Vi sporchereste e basta. Però potete guardare. Esatto: guardare. Mentre spargo la mia polvere magica sulle vostre piccole teste. Da lassù ogni cosa che riconosco è piccola. Si, perché un tempo sono stato come voi. Ho vissuto come voi; mangiavo; dormivo. Fino a quando una mattina non sono diventato questo. Avete presente quel tipo? Gregor Sasma? Ecco, mi è successa una cosa molto simile per capirci. Certo, un aquilone è di sicuro più carino di uno scarafaggio, ma vi assicuro che in realtà cambia poco. Eh si: prima o poi succede a tutti. C'è chi diventa un aquilone di polvere e chi uno scarafaggio steso nel letto. Posso solo dirvi che solitamente accade la mattina presto. Verso la fine della notte: il momento in cui accadono gran parte delle cose importanti. Agli occhi di tutti sembrerà stupido, oppure sembrerà un errore. Ma sarà in quel momento che capirete che tutti questi errori, non sono altro che emozioni. È che nella vita di tutti i giorni non si fa altro che confondere, quando invece di certe voglie, di certi bisogni, di certe scelte, di certe idee, si dovrebbe solo amare la prepotenza.

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