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Un duello fra corpo e anima.«Dolor y gloria» di Pedro Almodóvar

Aggiornato il: mag 23


Pedro Almodóvar, Penelope Cruz, Antonio Banderas

Dolor y gloria è il ventiduesimo lungometraggio del premio oscar Pedro Almodóvar. Lo si riconosce sia dalla presentazioni inusuale dei titoli di testa, che qualche giorno fa hanno animato il 72° Festival di Cannes.


Almodóvar porta sul grande schermo una storia triste che però lambisce da lontano il dramma, e che se non fosse per l’incontro dopo oltre trent’anni fra il protagonista Salvador (Antonio Banderas) e il vecchio amore Federico (Leonardo Sbaraglia), non racconta nulla del presente, o meglio: guarda l’oggi con l’occhio malinconico del passato. Ecco, quindi, il linguaggio cinematografico allacciarsi al voice over di Salvador e ai moltissimi flashback, che si distinguono per i passaggi di sequenza rapidi e netti, a differenza della transizioni sfumate del presente.



Con Dolor y gloria, il regista spagnolo sceglie di intraprendere una strada pericolosa, ovvero quella metartistica, in cui la forma d’arte racconta l’arte stessa. Almodóvar sceglie un linguaggio pacato, sapidamente ironico, talvolta dismesso, che però rende alla perfezione l’intenzione su cui s’impernia l’idea della pellicola:

si scrive per dimenticare il contenuto di ciò che si è scritto.

Salvador - un Antonio Banderas da Palma d’oro - vive nell’apnea del blocco esistenziale e creativo, intimamente legato a una metafora spesso cara al cinema, com’è quella del liquido amniotico della piscina iniziale, che rimanda al legame centrale del film, ossia quello fra Banderas e la madre - Penelope Cruz: L’attrice di Almodóvar.



Una pellicola confessione, che se in alcuni frangenti si ferma troppo in superficie, scava nel volto dell’alter ego del regista arrivando a rivelare come la natura del cinema sia estremamente fisica: un duello fra corpo e anima, tra presente e passato.




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