• Davide Spinelli

Un intervento a cuore aperto. «Le sorelle Macaluso» di Emma Dante

Un film sulla consapevolezza di sopravvivere, tra ossessione e possessione


Da Via Castellana Bandiera sono passati sette anni. Era sempre Venezia. Prodotto da Rosamont, Emma Dante torno alla mostra con Le sorelle Macaluso, liberamente tratto dalla sua omonima opera teatrale. La storia è quella di cinque sorelle siciliane - Maria, Pinuccia, Lia, Katia e Antonella; ma una di loro non c'è più.


La sequenza che riassume la pellicola c'è: al Daino morto è prelevato il cuore. Credo la pellicola sia un'operazione temporale e possessiva a cuore aperto. Il vuoto scenografico della piece è stretto in un appartamento all'ultimo sul piano sul mare. È un gioco di opposizioni: ossessione-ripetizione, aperto-chiuso, perdita-sopravvivenza.

La camera è paranoica. Evidenzia dettagli oggettuali e corporei, li destabilizza. Il sonoro naturale acuisce la sensazione claustrofobia della stanza; Emma dante ha fatto un lavoro di possessione: mobili, rubinetti, vasche da bagno, piatti sono memoria e futuro inesploso. L'idea che le cose vivono più di noi è drammatica, e la pellicola la verifica.


L'evento che cambia tutto accade al di fuori; il resto della storia è tutta al di dentro. La casa di Palermo diventa un magnete: i colombi tornano sempre alla colombaia sul tetto; le sorelle sono fagocitate dalla casa.


Le sorelle invecchiano, ma si resta fermi nello stesso punto. Ogni direzione porta all'indietro. Il motore della storia è inceppato. Il senso del film è universale, ma si traveste del dolore quotidiano.





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