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Un microcosmo vizioso. «Favolacce» dei fratelli D'Innocenzo



«Quanto segue è tratto da una storia vera,

che è tratta da una storia falsa,

che non è molto ispirata»


Favolacce, parafrasando una canzone di Vasco, assomiglia in tutto e per tutto a uno sballo ravvicinato del terzo tipo; è un milkshake estetico tra la visione evocativa di Lars Von Trier, il respiro e le geometrie stranianti di Lamanthinos, l'atmosfera sospesa di Dogman. Di più: sembra in parte l'evoluzione/esagerazione della pellicola di Garrone (di cui i fratelli D'Innocenzo sono co-autori) nella sua disarmante realtà fintamente distopica. Insomma: un racconto costruito sull'ossimoro della favola reale.


Quasi a costruire un parallelo con il nuovo mondo Covid-19, i protagonisti di Favolacce sono proprio i bambini, vicinissimi alla camera (e a noi), ma lontanissimi dai genitori. Invero, se i bambini sono ossessivamente seguiti dalla camera, gli adulti di Favolacce sono quasi comparse nella sequenza: capitano "soltanto" nei campi lunghi della panoramiche. In questo senso, come le grandi storie per bambini Peter Pan o Pinocchio, se i protagonisti sono i bambini, i destinatari sono gli adulti.



Tra le moltissime tematiche di drammatica attualità di Favolacce, è affrontata anche quella dell'essere maschio, che - in via del tutto eccezionale nel panorama cinematografico contemporaneo - tenta di sovvertire l' (ancora) imperante machismo con cui ragazze e ragazzi crescono. Favolacce denuncia crudelmente quella condanna a cui sono relegati le "femminucce"; provoca l'esposizione della pochezza con cui si masturba la caricatura del maschio, accelerando una riflessione sulla sessualità (non solo come riflessione fisica), che è spesso lasciata spesso in secondo piano nell'educazione dei ragazzi, come fosse un segreto da scoprire e, poi, da mantenere.


Un altro dei temi dominanti della pellicola è quello materno. O meglio: della maternità. A cui i due autori sono legatissimi e che restituiscono in una nuvola d'emozione sfumata, con sfaccettare quasi antitetiche fra loro, basti pensare al personaggio di Barbara Chichiarelli (Dalila Placido), a quello di Ileana D'ambra (Vilma Tommasi) o a quello di Gabriel Montesi (Amelio Guerrini) che è sia madre che padre.



Ancora la periferia romana (verrebbe da dire), ma i fratelli D'Innocenzo identificano quella fetta sociale intermedia; non più le distese di cemento o le le strutture imponenti delle case popolari, bensì villette monofamiliari, in cui gli adulti innescano tutta la loro disperazione e rabbia - su tutti l'interpretazione esagitata di Elio Germano - nello sguardo anestetizzato dei bambini che leggono i voti eccellenti della pagella.


Al mondo globalmente e fintamente disinnescato di Favolacce, in cui la realtà sembra fuori dal tempo, si allaccia un comparto sonoro onnipresente che stride e sembra portare la scena altrove - in Favolacce c'è la costante sensazione che ciò che accade non si riesca sempre a catturare con la camera -; e, ancora, una geografia improntata sui quadri di Hopper, con colori vivacissimi ma al contempo accomunati da una patina sbiadente che li rende tutti uguali, quasi a sottolineare come Favolacce sia una creatura pronta a scappare, ma incapace di farlo.

I D'innocenzo, destreggiandosi sui toni della favola amara, hanno realizzato un paesaggio anonimo e riconoscibilissimo, imbalsamato e pronto a esplodere; una realtà che nel tentativo di dire resta ferita, plasticamente racchiusa nel sequenza in cui Ileana (assoluta rivelazione) canta Sara.


Se davvero qualcosa ancora non funziona nel cinema dei fratelli è il fatto che spesso l'immagine resti su carta, ovvero non sempre riescono a restituire la complessità strutturale della sceneggiatura. Tuttavia, Favolacce disegna un mondo a noi vicinissimo, drammatico e labirintico, fagocitando vittime e carnefici in un circolo di aporie che consegna al cinema italiano due firme a cui affidare il futuro.



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