• Possibilia

Una persona che diventa una città e viceversa


Piazza del Popolo, di Franco Gentilini

a Flo'



Potrei descriverla come una chitarra che suona e una voce leggerissima che le fa eco, in un mondo mediamente confuso, che trasporta tra una dimensione e l’altra ipotesi a cui non crediamo - quante nuvole servono per dimostrare il cielo? - ; con un camicia di lino e fiori colorati. Rossa, brillante, eccentrica, indelebile. Che indosso abbastanza spesso. E mi distingue; mi ricorda; mi permette.


C’è stato un tempo in cui avevo tredici anni. Ora non c’è più, ma scelgo le domeniche di ottobre per ricordarlo, stupendomi di quanto ciò che è passato sia il modo più comune con cui spingiamo la realtà di ogni giorno. Distratti; incerti, come gatti che saltano da un muretto all’altro, nei vicoli più stretti. Ma non abbiamo sette vite, o così dicono.

In quel tempo, ero una biglia, più grande e pesante di quanto non lo sia ora. Una biglia e l’Italia la sabbia - anche se la ami, sei costretto a perdere qualcosa. Oscillavo da nord a sud, a destra e sinistra, sospinto dalle dita di un interesse, di una passione. O dalla sterilità della noia, che è in grado di paralizzare anche il sogno più ambizioso. Tenevo i capelli saldamente all’indietro, lunghi, cotonati, nella speranza di assomigliare a un giovane attore che ha appena conosciuto il successo - a volte, nascondersi nelle pieghe della vita fa comprendere come riusciamo a concentrare quasi tutta la passione dei nostri momenti nella condivisione con una persona. È davvero tutto lì? Col vento i capelli mi tornavano sul volto, abbozzando una frangia inopportuna. Saltavo, sulla punta dei piedi, per piegarli alla mia ragione, e m’illudevo di volare, guardando l’immortalità - la strada più naturale a quel tempo. Per sempre è la cifra di una discreta porzione della vita che abbiamo già vissuto.


Non mi ricordo se l’ho già detto: Roma è un miracolo. D’estate ancora di più, come diceva Dalla. Perché i vicoli sono incandescenti, e il sangue nella vene ribolle: sentirsi vivi scardina ogni regola, più di qualsiasi allucinazione. Ma è resiliente: la fragilità non è più una merce di scambio, ma di possesso e controllo. Per paura, come quella che i tornelli della metropolitana si chiudano anche quando c’è scritto uscita libera. Uno dei tanti problemi di Roma. Che sono diventati giocattoli difettosi in una marea indimenticabile.

Quella sera indossava uno dei suoi abiti migliori. Le luci accese. Procaci. Noi eravamo una mano e Roma l’altra. Sapeva di cosa avevamo bisogno. E le porte della metropolitana si sono aperte meccanicamente a Flaminio. Il suono della sua voce è stato chiaro sin da subito: vai piano, che corri. Perché là il tempo non manca mai; esce da ogni parte; sbuca da ogni vicolo o fontana. Tutti che parlano; tutti che ciondolano. In un ballo improvvisato.

Fermata Flaminio. Scale, Villa Borghese a sinistra. Le mura. Piazza del Popolo. La ruota della fortuna, dice zia Flora. Mi batte il cuore, e basta. Perché di colpo, dentro di me, lo so. So cosa mi basta. Ed è un battito, con il suo. Come quando indossa il tuo vestito preferito e si colora il collo del profumo che ormai è ciò che sei. Una persona che diventa una città, e viceversa.


Riccà, siediti.

Perché?

Anzi distendi. Qua con me.

Vabbè.

Zia Flora fuma. Come abitudine; come certezza, che oggi chiamerei volere. Perché si dice che l’istinto dell’uomo sia quello di combattere, ma a volte ci si dimentica per chi. Come, e si lascia che l’onda travolga e ti riporti a riva. Si o no. L’odore di fumo è ingombrante, ma il profumo passionale del caffè lo occupa. Impostore, liscio e senza zucchero. E una sigaretta. Sempre una sigaretta - mi viene in mente Svevo, ma non lo dico: a volte la letteratura ti fa vergognare per quello che conosci. Ma zia Flora è libera. Impetuosa e delicata; esuberante e bella. Non ci sono canzoni tristi tra le cassette in macchina - pensieri di fantasia; emozioni allucinate; sesso. Tanto. Esplode.

É distesa accanto a me. Le teste sono vicine e toccano la pietra di Piazza del Popolo. Il Pincio è geloso. L’obelisco ci guarda con le sue facce. Non riesco a prendere la sua mano, ma la sento vicina, che pulsa il sangue anche nelle mie vene. Persino quelle più lontane. Perché se la guardo, riconosco il suo modo di vivere: quando fa freddo il suo corpo non va per primo al cuore. No. raggiunge tutte le cose più lontane. Il sangue si ramifica rapidamente. Irradia. Zia Flora è al contrario, ma è giusta.


Sai che facevamo qui io e tuo padre?

Che?

Gli raccontavo.

Che?

Le cose.

Non ho capito…

Delle cose, le puoi sapere solo dagli altri.

Tipo?

Lo sai che pure papà piange?

No, lui è più forte zi’.

Perché non piange?


Poi c'è stato il racconto del tempo. Che, mannaggia la miseria, ne sa sempre troppo.


Riccà, la vita è semplice. Mi raccomando, ricordatelo, quando sarei convinto del contrario. E stai attento, che sono tutti pronti a mettertela nel culo. Però, se fai attenzione, è tutto riassunto in qualcosa di abbastanza semplice.

Tipo?

Una persona. E n'altra.

E quindi? Perché stiamo distesi? Che centra sta storia?

Se guardi in alto, ti chiedi: e poi? dove si va? Vorrei dirti dove andare.

Ma quando?

Ora.

Perché sta cosa?

Perché tu hai delle domande sicuramente. E alle domande chi risponde?

Tu?

Le guide. Come Dante e Virgilio.

Mmm…

Onestamente non lo so. Dove si va dico. Però, vorrei che tu scegliessi un posto che non c’è. Per dimenticare e amare. Prendi la sua mano, ma chiedigliela prima. Fallo! Non dimenticarti che la promessa più importante è a domani. Non c’è nient’altro, se non un domani. Sempre. È quello che rimane, come quando stringi la sabbia un abbraccio e i granelli scivolano per terra. E ti chiedi quale di questi devi salvare, quale di questi avresti dovuto salutare. C’è un posto che non c’è quindi, in cui vorrei che tu andassi. Dove puoi nasconderti quando stanno per scoprire chi sei.

Ma che dici zi’?

È come t'ho detto: una persona e un’altra persona. Che ha voglia di parlarti di sé. A proposito: che sai di me?

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