• Possibilia

Vivere


Omaha Beach

Se premi il corpo sulla sabbia sconnessa si sentono ancora. I passi. Di qualcuno che non poteva immagine chi saresti stato. Che non ha avuto il tempo di vivere; che sapeva quando sarebbe morto.

Se chiudi la sabbia in un pugno, i passi sono ancora tutti lì. Vivono, morti dentro. Corrono davanti all’orizzonte di un giorno di settantacinque anni fa. Sopravvivono ai loro primi passi, incerti, rapidi, dentro l’acqua. Guardalo, davanti a te: è vero che l’oceano non sa finire. Sopra Omaha Beach può correre e urlare, ballare nudo, piangere. E perdonare il tuo poco coraggio.


C’è l’odore acre del sangue, il colore affumicato delle pallottole. C’è il rumore di un mondo neanche troppo lontano; quello di uomini soli che nello spazio ruvido di una cabina telefonica hanno raccontato che non sarebbero più tornati a casa. L’oceano culla i morti, che hanno regalato la possibilità di scegliere; loro non l'hanno avuta.


Alla fine dei giornali diventano tutti eroi, ma restano solo uomini. I cui nomi andrebbero imparati a memoria per avere coscienza del loro ricordo. C’è chi si fa le foto davanti ai mezzi anfibi da sbarco. La morte è un parco giochi.

Vivere, a volte, non è solo il dono di due persone. Queste spiagge danno la vita. Come la letteratura, come le donne. Alle quali, chissà come, avranno detto addio.

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